lunedì 23 settembre 2013

Come mio nonno, più o meno.

Torno a casa da Bellinzona, Svizzera italiana. Era il festival della traduzione letteraria, scrittori francofoni e musicisti del deserto, parlare di guerra e fame e dispersione di fronte a una platea di ricchi intellettuali che coi loro mercatini raccolgono fondi per finanziare i campetti da tennis della gioventù ticinese e ti vendono un caffè liscio (come misteriosamente lo chiamano) a 2.50 F.
Mi piace guardarti dal finestrino di una littorina vecchia e fumosa come una caffettiera. La tua polvere rossa e le tue pietre antiche, i tuoi ulivi che sfilano davanti agli occhi dei viaggiatori da quasi un secolo, solo uno, ma che sono lì da sempre. Chissà come sarà sembrata moderna a loro la ferrovia la prima volta che hanno visto questi treni rotondi, e magari se ne stupiscono ancora. Questi alberi non si abitueranno mai nemmeno alle littorine delle ferrovie Sud Est, mentre noi corriamo dietro alle app e alle alte velocità.
Dicevo che sei bella, terra mia e di chissà quanti altri. Ma anche mia e questa micro appartenenza mi fa sentire ancora di più che sono dell'universo, come dice quel regista giapponese, però gli ho girato la frase. Il tuo vestito di luce è fulvo come certi paesaggi africani che ho intravisto e languido come la malinconia del tramonto. Percepisco da lontano, che la felicità di mio nonno quando tornava a casa una volta l'anno, doveva avere un sapore simile. Contento di avere le palle di lavorare in Svizzera per portare i soldi a casa e poi sentirsi fiero e leggero quando saliva sul treno verso casa sua. Forse lui  non si faceva le pippe sulla modernità e guardando gli alberi pensava che domani gli sarebbe toccato di raccogliere, rimondare o … chissà. E poi io in Svizzera, io i soldi li ho persi invece di guadagnarli.
L'addetto all'annuncio del treno della stazione di San Cesario (Lecce) mi ha chiesto dove andassi, non avevano più biglietti.
- "Ma proprio a Gagliano devi andare?"
-"Sì."
-"Lavoro?"
-"No. abito lì."
Non so decidermi sul perché me lo chiedesse: se per la pigrizia di mandare il treno fino alla fine della terra o perché si stupisse di un passeggero che viaggia fin lì come se lui fosse molto più a Nord o per parlare e basta. L'ultima forse. O magari la prima, o tutte e tre insieme. Qui si fanno e dicono cose per tante ragioni insieme, ci si confonde spesso, forse la troppa luce, il caldo che fiacca e ammansisce e che abbandona tutti a un ritmo lento e dritto come questo treno che va nel sole di settembre.

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