venerdì 11 ottobre 2013

Il tempo di .. un ottobre salentino



 Il tempo non si decide in questa terra di mezzo, non si capisce perché stia così bene in mezzo, tra il sole che ti fa spogliare in mutande e la bufera nera che ci fa tutti antipatici e incazzati.
Magari le nuvole si trovano così bene qui che non sanno neanche loro se partire o restare, poi però se ne devono andare per forza altrimenti non sarebbero nuvole e il tempo non sarebbe il tempo. Di questi tempi, anche io ho un dilemma simile. Me ne vado lontano, e stavolta è davvero lontano, oppure vado al Nord, o resto qui dove potrei potrei potrei.. fare tante cose se solo lo decidessi per tempo. Ma come si decidono le cose se non si risolve prima il dilemma di come vogliamo occupare questo tempo?
Mi piacerebbe fare come un tizio che ho incontrato l'altro giorno a cui ho detto: "un giorno di questi ce ne andiamo al mare" e lui : "no, io ho messo via il costume". A parte il fatto che non lo stavo invitando, forse c'è davvero un tempo per tutto, scandito dall'arbitrarietà dei calendari e dalla velleità dei nostri programmi stagionali, ancora più arbitrari, come il tempo. Forse dovrei essere così e dire, no, ora questo non lo faccio perché ho messo via la maschera. Ma io invece le voglio indossare tutte le maschere ed essere centomila volte quella che a mare ancora ci va.  E allora decido che cosa fare in base alla leggerezza delle sensazioni del momento, che mi dicono che accettare le supplenze in una grigia provincia del nord mi porterà alla rovina quando invece posso andare in un posto dove c’è sempre il bel tempo, dove farei la stessa cosa, lontano dal presuntuoso, rozzo e meschino punteggio in graduatoria. Ah!
Anche se questo volesse dire che per un anno, avrò occupato il tempo.
Però anche restare qui non sarebbe male e poi, stando alla mia neo-filosofia, potrei confondermi…Nel cielo c'è uno squarcio di azzurro, isola di luce in mezzo al mare.
Guarda come cambia il tempo.


“Faut-il partir ? rester ? Si tu peux rester, reste ;
Pars, s'il le faut. L'un court, et l'autre se tapit
Pour tromper l'ennemi vigilant et funeste,
Le Temps ! Il est, hélas ! des coureurs sans répit,


Comme le Juif errant et comme les apôtres,
À qui rien ne suffit, ni wagon ni vaisseau,
Pour fuir ce rétiaire infâme : il en est d'autres
Qui savent le tuer sans quitter leur berceau.”

                                                         
                                                          C. B.


 

martedì 1 ottobre 2013

Chissà com'è bella Londra oggi



Chissà com'è bella oggi la vecchia signora...chissà che vestitino ha messo sù per celebrare questa magnifica giornata di fine estate che, non fosse per il vento, convincerebbe  più delle giornate di estate piena. Chissà come si è adornata quella vecchia Patti Smith delle città, che a vederla sembra una vecchia signora, ma appena si muove e apre bocca ridiventa una ragazzina rock e stupisce sempre. La vecchia signora oggi avrà un cappello azzurro, color cielo, una giacca verde di tweed, con frammenti arancioni e gialli che ha acquistato da poco, per l'autunno che arriva e un pantalone grigio color dell'asfalto. E poi indosserà una borsa rossa come i suoi autobus e le scarpe nere come i taxi che la percorrono incessanti. La vedrai lì, distesa sul suo immenso letto, finchè non si solleverà, non si scuoterà di dosso quell'aria maestosa e si metterà a ballare, pronta a muoversi dietro ai ritmi nuovi che unumanità  rapida e colorata suonerà per lei ogni giorno. 

Ale

lunedì 23 settembre 2013

Come mio nonno, più o meno.

Torno a casa da Bellinzona, Svizzera italiana. Era il festival della traduzione letteraria, scrittori francofoni e musicisti del deserto, parlare di guerra e fame e dispersione di fronte a una platea di ricchi intellettuali che coi loro mercatini raccolgono fondi per finanziare i campetti da tennis della gioventù ticinese e ti vendono un caffè liscio (come misteriosamente lo chiamano) a 2.50 F.
Mi piace guardarti dal finestrino di una littorina vecchia e fumosa come una caffettiera. La tua polvere rossa e le tue pietre antiche, i tuoi ulivi che sfilano davanti agli occhi dei viaggiatori da quasi un secolo, solo uno, ma che sono lì da sempre. Chissà come sarà sembrata moderna a loro la ferrovia la prima volta che hanno visto questi treni rotondi, e magari se ne stupiscono ancora. Questi alberi non si abitueranno mai nemmeno alle littorine delle ferrovie Sud Est, mentre noi corriamo dietro alle app e alle alte velocità.
Dicevo che sei bella, terra mia e di chissà quanti altri. Ma anche mia e questa micro appartenenza mi fa sentire ancora di più che sono dell'universo, come dice quel regista giapponese, però gli ho girato la frase. Il tuo vestito di luce è fulvo come certi paesaggi africani che ho intravisto e languido come la malinconia del tramonto. Percepisco da lontano, che la felicità di mio nonno quando tornava a casa una volta l'anno, doveva avere un sapore simile. Contento di avere le palle di lavorare in Svizzera per portare i soldi a casa e poi sentirsi fiero e leggero quando saliva sul treno verso casa sua. Forse lui  non si faceva le pippe sulla modernità e guardando gli alberi pensava che domani gli sarebbe toccato di raccogliere, rimondare o … chissà. E poi io in Svizzera, io i soldi li ho persi invece di guadagnarli.
L'addetto all'annuncio del treno della stazione di San Cesario (Lecce) mi ha chiesto dove andassi, non avevano più biglietti.
- "Ma proprio a Gagliano devi andare?"
-"Sì."
-"Lavoro?"
-"No. abito lì."
Non so decidermi sul perché me lo chiedesse: se per la pigrizia di mandare il treno fino alla fine della terra o perché si stupisse di un passeggero che viaggia fin lì come se lui fosse molto più a Nord o per parlare e basta. L'ultima forse. O magari la prima, o tutte e tre insieme. Qui si fanno e dicono cose per tante ragioni insieme, ci si confonde spesso, forse la troppa luce, il caldo che fiacca e ammansisce e che abbandona tutti a un ritmo lento e dritto come questo treno che va nel sole di settembre.

domenica 15 settembre 2013

Quadretto d'Oltremanica

Sono seduta sul divano, in cucina. Computer sulle gambe, tisana in bilico sul bracciolo, la bevo piano mentre cerco di buttare giù due righe. La casa è vuota o almeno lo sembra. E' appena rientrato uno dei miei coinquilini, ma è andato in camera, quindi non si vedrà. L'altra è già a letto. Dovrei andare a letto anche io a dire il vero. Non è tardi, ma domani è...vabbè, la solita solfa dell'alzarsi presto per andare al lavoro. C'è silenzio in giro, fuori piove. Fuori è inverno, anche se è solo una serata di metà Settembre e in casa il riscaldamento è acceso. Appunto. Metà Settembre e riscaldamento acceso. Buonanotte.

Ale

giovedì 7 marzo 2013

Partenze

Mannaggia Ro,

stamattina è partita una ragazza giapponese a cui mi sono molto affezionata. Una presenza gentile, delicata, sempre disponibile, sorridente, di quelle che non sembra quasi vero che possano esistere. Invece esiste, è vera ed è buona davvero. Forse di persone così genuinamente buone ne ho incontrate solo una o due nella vita...sempre così riservata, direi in punta di piedi. E' stata la mia compagna di pranzi e cene qui dentro, non ci mettevamo d'accordo, ma finivamo a stare in cucina sempre alla stessa ora e il bello era parlare di tutto, dalla politica in Italia alle usanze giapponesi fino al tiramisù. 
Ha provato a cercare lavoro qui, ma non lo ha trovato. Laureata in statistica, ma dal carattere troppo delicato credo, troppo gentile per l'aggressività richiesta durante i colloqui nelle grandi aziende. Lavorava come tutor part time alla UCL, ma le restava giusto un mese da fare. E poi l'anno prossimo le scade il passaporto e comunque adora questo residence che, non c'è speranza, a Luglio sarà chiuso. Il problema è che ha sempre studiato all'estero, perchè i suoi genitori viaggiavano per lavoro e non è abituata alle tradizioni del Giappone. Ce le ha raccontate una sera, tutti gli inchini che devono fare, le infinite regole nello scrivere una lettera formale, il modo di chiudere la porta durante un colloquio di lavoro o di parlare con i genitori. E ci diceva che lì guardano con un certo pregiudizio alle persone che hanno vissuto a lungo all'estero, non vedendone il valore, ma solo il fatto che essendo stati via per tanto tempo non ne condividono più le abitudini e le tradizioni. Il Giappone è un paese tremendamente tradizionale, nonostante la modernità e i robot. Ma forse i robot se li sono fatti proprio a immagine e somiglianza. Insomma, torna a casa non volendo tornare, con la sensazione di essere una straniera nel suo stesso paese. 
Più tardi la malinconia sarà passata e poi c'è Skype e ormai dovrei essere abituata alle assenze. Però stavolta non è tanto il dialogo che mi mancherà, ma la presenza sorridente. Quella certezza del buonumore, della stabilità e di una parola gentile in ogni caso.


Baci,
la ale